Abbiamo chiuso la prima parte con l'immagine di un esodo, quello dei contadini - soprattutto meridionali - verso il nuovo mondo. Un'altra grande emigrazione conoscerà il meridione d'Italia nel secondo dopoguerra, quando vi sarà da fornire braccia per lo sviluppo industriale dei paesi nord europei (1). Altri migranti incontreremo nel corso della trattazione e saranno, questa volta, i protagonisti assoluti del nostro discorso.
L'Italia - è ormai, da più di dieci anni, evidente - da paese fornitore di un nutritissimo contingente di individui ai flussi di manodopera (per considerare solo i movimenti extranazionali) in movimento verso zone di più avanzato sviluppo industriale, si è trasformato in un paese di immigrazione, diventando la meta di quanti aspirano a partecipare della ricchezza e dell'opulenza del cosiddetto "occidente" sviluppato.
I flussi di persone, com'è ovvio, sollevano problemi di controllo sociale e si è già sottolineato, del resto, come essi abbiano tenuto a battesimo la stessa nascita delle moderne società capitalistiche e dei meccanismi disciplinari ad esse corrispondenti.
Tuttavia, come recentemente ha sottolineato Adriano Sofri (2): "le analogie sono istruttive, e anche moralmente rilevanti, ammesso che si sia disposti a ricordarsi di sé stessi emigranti di ieri davanti agli emigranti di oggi. Ma le differenze pesano di più."
Su tali differenze dovremo necessariamente soffermarci.
Per il momento però lasceremo da parte l'analisi dei flussi migratori contemporanei - su cui torneremo più avanti - per concentrarci sulle caratteristiche dei meccanismi di controllo sociale che i migranti trovano nelle società d'arrivo. Meccanismi su cui le dinamiche dei flussi di popolazione si inseriscono, trovando in essi la base su cui si articola nello specifico la risposta istituzionale al "problema immigrazione".
Vista l'origine dei meccanismi disciplinari è opportuno adesso un preliminare accenno ai tratti che questi sono venuti ad assumere nel corso del XX sec., con un particolare occhio di riguardo all'Italia del dopoguerra.
Nella prima parte del nostro lavoro ci siamo soffermati sul complesso processo che ha portato, in parallelo, all'assestarsi tanto dei modi di produzione capitalistici, quanto del meccanismo di controllo sociale ad essi funzionale: la «società disciplinare».
Il metodo che abbiamo utilizzato nel ricostruire questa particolare vicenda storica è stato ricavato dai postulati della "criminologia critica", nella quale abbiamo ritenuto di poter rintracciare una feconda sintesi fra gli approcci "costruttivisti" e "materialisti" nello studio dei processi di controllo sociale.
Il pregio di tale metodo di analisi risiede nella sua capacità di evidenziare come "l'emergere di forme determinate della penalità sia il risultato del convergere di forze culturali, politiche e sociali che pur non essendo il riflesso necessario di determinate articolazioni dei rapporti di produzione, a queste ultime sono però intimamente connesse" (3).
C'era parso, così, di meglio poter rendere conto dell'elevata selettività dei sistemi penali moderni i quali, a scapito dell'idea di eguaglianza di fronte alla legge (e, soprattutto, sotto la sua egida), hanno da sempre rappresentato uno strumento di gestione delle masse proletarie e sottoproletarie funzionale ai bisogni di valorizzazione del capitale. Essi, piuttosto che meccanismi di risposta alla criminalità, si sono sempre atteggiati quali strumenti di riproduzione materiale e giustificazione ideologica di una struttura sociale marcatamente polarizzata.
Il percorso che abbiamo svolto sin qui è stato funzionale, dunque, ad individuare la genesi degli strumenti normativi ed istituzionali che si possono ricondurre allo strutturarsi dei meccanismi disciplinari. E lo abbiamo fatto evidenziando la tortuosa strada attraverso cui sono nati la prigione moderna ed i meccanismi polizieschi, concentrandoci in particolare sull'Italia della seconda metà del XIX secolo. Peculiarità di tale complesso di strumenti disciplinari abbiamo visto essere il loro fondarsi su valutazioni di tipo personologico: tutti i meccanismi disciplinari, in quanto strumenti istituzionali funzionanti sulla base di un paradigma "sostanzialista" della devianza, calibrano il loro intervento non in relazione al fatto di reato, ma in ragione delle caratteristiche dell'autore.
Tanto l'esecuzione della pena, quanto lo stesso intervento istituzionale tout court, quando ha per presupposto un parametro personologico, possono dunque essere diversamente modulati in ragione della supposta "pericolosità" di un determinato soggetto, attraverso l'intervento di saperi in grado di evidenziare la sua eventuale "natura" - più o meno - criminale.
L'ideologia del trattamento penitenziario (concepita in epoca classica sotto forma di un'aspirazione pedagogica ed incubata nel corso del XIX secolo, che - nella sua seconda metà - vedrà il fiorire di correnti penalistiche che variamente proclameranno la scientificità del trattamento, fino a reclamare la stessa derogabilità del giudicato penale a vantaggio di una penalità impostata sulle conclusioni tratte a seguito dell'"osservazione" della personalità del reo effettuata dai professionisti del trattamento) giunge tuttavia ad una completa maturazione solo con lo strutturarsi di quello che viene comunemente chiamato «stato sociale» o welfare state, nel XX secolo.
Il progressivo affermarsi di un modello correzionale nonostante il perenne "scacco" del carcere (i cui effetti criminogeni furono evidenti sin dal XIX secolo) è una circostanza che va tuttavia spiegata con le mutate esigenze di controllo sociale che il nuovo ciclo politico-economico implicava e ciò a prescindere dal definitivo formalizzarsi dei "saperi" sul crimine e dal loro, per certi versi decisivo, ruolo nella definitiva diffusione di un'ideologia trattamentale.
Come ci dimostrerà nello specifico il caso italiano, tra fine xix e inizio xx secolo la stessa dinamica produttiva delle grandi nazioni industrializzate, ancora incapace di assorbire ed integrare economicamente e socialmente la gran massa d'individui che andava affollando i quartieri operai delle grandi città, non consentiva - a patto di non voler scardinare il principio della less eligibility - lo sviluppo di quel vasto programma di riforma in senso esplicitamente decarcerizzante che sarà la principale aspirazione del "welfarismo penale".
Tuttavia, l'avvento delle democrazie di massa, avrebbe mutato radicalmente le esigenze di controllo sociale e gli strumenti prevalentemente poliziesco-neutralizzativi che abbiamo visto ampiamente utilizzati nell'Italia liberale - ed in genere allorché si è posto il problema del governo di un nutrito esercito industriale di riserva - si sarebbero rivelati ben presto inadeguati rispetto alle prospettive di sviluppo economico e sociale che le società industriali avrebbero posto con il xx secolo.
Anche se nei principali paesi industrializzati il problema del governo della «questione sociale» e della povertà continuò ancora per qualche decennio ad essere articolato nei termini ottocenteschi - con il ricorso all'immagine delle classi pericolose, dell'inferiorità morale e razziale del povero (4) e l'utilizzo della classica distinzione fra poveri meritevoli (inabili) ed immeritevoli (abili) come fondamento delle politiche sociali - lentamente l'estensione della partecipazione delle masse alla vita politica consentì che queste potessero rivendicare sempre più esplicitamente una quota maggiore nei dividendi del reddito nazionale.
L'abbandono dei vecchi strumenti polizieschi a carattere repressivo e neutralizzativo non è certo immediato, come non è immediata la riforma dei meccanismi assistenziali: ancora a lungo sarebbero esistiti ospizi e case di lavoro per poveri nei paesi anglosassoni, ammonizione, sorveglianza speciale e confino di polizia in Italia; né avrebbe smesso di scorrere il sangue, allorché un esercito industriale sempre più cosciente politicamente avrebbe scatenato scioperi, occupazioni di terre e stabilimenti, proteste di piazza (5). Tuttavia le vecchie strutture di dominio - come quelle su cui si basò anche l'Italia liberale - fondate sull'esplicita egemonia politico-economica di ristrette elite sarebbero alla lunga definitivamente tramontate ed altre, e più sofisticate, strategie sarebbero occorse per mantenere una struttura sociale così fortemente polarizzata, evitando la deriva rivoluzionaria verso cui, con sempre maggiore insistenza, le masse sembravano protendere.
Il tentativo di integrare e coinvolgere nel gioco politico le masse fu alla base del progetto politico giolittiano in Italia e, oltre al suffragio universale, portò ad un primo abbozzo di tutele sociali e previdenziali per la classe lavoratrice, similmente a quanto stava avvenendo, più o meno in contemporanea, in altri paesi occidentali (6).
Come è stato sostenuto (7), però, sarebbe stata la "grande guerra" a strutturare definitivamente quei mutamenti nelle strategie di controllo sociale che già si intravedevano ed in particolare quella capacità di fondare i meccanismi di dominio sulla costruzione del consenso e di un'egemonia politico culturale che, come intuì a pieno Antonio Gramsci (8), fondamentale si sarebbe dimostrata per l'esercizio dei processi di controllo sociale nelle democrazie di massa.
Le esigenze poste dalla prima guerra mondiale diedero modo di sperimentare per la prima volta forme mai viste di "irregimentazione" e di "mobilitazione" delle forze di un'intera nazione, ma fu soprattutto la diffusione dei mezzi di comunicazione (oltre al generale aumento dell'alfabetizzazione) ed in particolare la nascita della radio, a offrire per la prima volta la possibilità di standardizzare il comportamento di grandi masse con un relativamente piccolo spiegamento di energie coercitive.
Inoltre "l'avvento dell'economia di guerra, della mobilitazione industriale, di altri fenomeni in campo tributario, di mercato, o anche direttamente produttivo, rappresentò il culmine di quella tendenza in atto da tempo; ed esso sfociò talora in soluzioni permanenti, come la confisca della proprietà privata nelle repubbliche sovietiche o, fatte le necessarie differenze, come la creazione di istituti di sovvenzione e salvataggio di banche e industrie in Italia e Germania, e fu all'origine di orientamenti di politica economica che si sarebbero chiamati poi keynesismo, new deal, dirigismo" (9).
L'ipotesi è senz'altro suggestiva, tuttavia, se da un lato misure simili d'intervento economico-sociale delle agenzie statali erano già state conosciute, la definitiva deriva verso una forma di stato "interventista" non fece immediato seguito in tutti i paesi industrializzati alla fine delle ostilità.
Ancora nel 1928 H. C. Hoover, candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti d'America, poteva celebrare il dogma del liberismo e dichiarare chiusa la breve stagione "dirigista" dovuta alla guerra: "noi abbiamo irreggimentato in larga misura il nostro popolo provvisoriamente in uno stato socialistico. Ma questo, anche se giustificato in tempo di guerra, se continuato in tempo di pace distruggerebbe non solo il sistema americano, ma anche il nostro progresso e la nostra libertà" (10).
Tuttavia, l'ottimismo del decennio successivo alla chiusura della "grande guerra" (alimentato dall'enorme aumento della produttività del sistema economico americano) e la retorica antistatale di Hoover sarebbero stati spazzati via dal cosiddetto "giovedì nero": il 29.10.1929.
Le ragioni e le conseguenze del crollo dell'economia statunitense furono tali e tante che non è minimamente pensabile affrontarle in questo contesto e peraltro, ai fini del nostro discorso, è sufficiente sottolinearne alcuni punti salienti. Sarà, infatti, sufficiente soffermarsi sulle sue rilevanti conseguenze politiche.
Le elezioni presidenziali del 1932 porteranno al soglio presidenziale statunitense F. D. Roosevelt, candidato del partito democratico, il quale avviò una strategia di governo destinata a segnare un'intera epoca, arrivando a strutturarsi nel secondo dopoguerra in tutte le più grandi democrazie industriali occidentali: il «nuovo metodo» (new deal) prevedeva un deciso intervento dello stato nella vita economica del paese, secondo quelli che saranno i postulati che J. M. Keynes formalizzerà nelle sue opere più compiute, scritte negli anni '40.
La "via di mezzo" - come l'avrebbe chiamata H. Wallace, rispondendo a chi muoveva verso Roosevelt accuse di socialismo - si presentava come la soluzione democratica idonea ad evitare la deriva verso fascismo e comunismo (in cui precipitava l'Europa) ed ovviare agli squilibri che il capitalismo abbandonato a sé medesimo aveva determinato (11). Ciò attraverso tutta una serie di misure il cui "significato sta nel fatto che grazie ad esse è possibile dirigere, stimolare, limitare ed equilibrare le forze che incidono sulla distribuzione del reddito nazionale" (12).
Capisaldi della politica di Roosevelt furono la legislazione sul lavoro e la legislazione sociale, entrambe veramente "sovversive" rispetto alla tradizione americana, che mai aveva conosciuto simili livelli di spesa sociale o di ingerenza dello stato nelle relazioni fra capitale e lavoro (13). In particolare fu per la prima volta esplicitamente attaccato il fondamento di ogni politica assistenziale sino ad allora conosciuta: la distinzione fra poveri meritevoli e poveri immeritevoli di un sussidio e così, già nel 1933, a seguito dell'istituzione del primo meccanismo federale di assistenza (Federal Emergency Relief Administration) circa venti milioni di persone erano sotto l'assistenza delle istituzioni federali.
Con Roosevelt, insomma, si ebbe una prima anticipazione pratica di quella che sarebbe stata la concezione marshalliana di cittadinanza (14) e dell'idea ad essa sottesa che la società avrebbe dovuto farsi carico della povertà e dell'emarginazione. Per la prima volta veniva messo in questione il principio della less eligibility e la connessa esigenza, fino ad allora mai messa in questione, di favorire con ogni mezzo - anche con gli strumenti polizieschi e penali, come visto - lo stimolo al lavoro.
Nonostante tutto però, il tentativo rooseveltiano di fondare su nuove basi i meccanismi di governo della povertà fu solo parziale. I suoi propositi di riforma, come accennato, non furono pensati per realizzare a pieno ciò che Marshall avrebbe indicato quale requisito fondamentale della cittadinanza: "the right to share to the full in the social heritage and to live the life of a civilized being according to the standards prevaling in society"; bensì quali mezzi per assicurare quella pace sociale che il grande crollo dell'economia aveva minacciato seriamente e per evitare che il risentimento degli strati sociali più bassi potesse esplodere in disordini e rivolte (15).
Il principio di fondo su cui si fondava da secoli l'idea di un meccanismo restrittivo di assistenza ai poveri non fu, infatti, completamente intaccato dalle riforme degli anni '30 poiché esse avrebbero strutturato l'intero sistema su una cruciale distinzione: quella fra assistenza (dedicata ai minori in situazioni difficili, con la sola madre o senza genitori, ed agli invalidi) e previdenza (dedicata agli anziani ed ai disoccupati temporanei).
Questo semi-welfare in sostanza "modified but not erase archaic distinctions between the worthy and unworthy or the able bodied and impotent poor; it created walls between social insurance and public assistance that preserved class distinction and reinforced the stigma attached to relief or welfare (16)" e, sopratutto, costituì un compromesso non troppo velato tra l'esigenza di lenire la povertà e l'emarginazione e l'esigenza di mantenere in vita lo stimolo al lavoro.
Una simile distinzione conobbe, tra anni '20 ed anni '30, anche l'Inghilterra. Tuttavia aldiquà dell'Atlantico, l'assistenza fu, già dal 1934 (con l'Unemployed Insurance Act), estesa anche ai giovani da poco entrati nel mercato del lavoro - e dunque con insufficienti contributi per accedere alla previdenza vera e propria. Con gli anni '40 poi, sarebbe stato introdotto un sussidio "out of work" che, finalmente, avrebbe delineato i tratti di quella cittadinanza sociale che nel 1950 Marshall avrebbe concettualizzato. Fu così che nel 1948 il National Assistance Act eliminò, a distanza quattro secoli, le case di lavoro trasformando finalmente l'assistenza ai poveri abili in un diritto del cittadino (17).
Anche se la sua più compiuta realizzazione si avrà in Inghilterra, il cui welfare state sarà quella che più di ogni altro si avvicinerà alla effettiva concretizzazione di una cittadinanza sociale, il modello politico pensato da Roosevelt ispirerà, dopo il secondo conflitto mondiale, le strategie politiche di tutte le democrazie occidentali (18).
A questo modello politico corrisponderà una fase di decisa espansione qualitativa e quantitativa del ruolo dello stato e ciò è del resto testimoniato dalla stessa America "rooseveltiana" se si pensa alvertiginoso aumento che conobbe la burocrazia federale statunitense nel solo decennio che va dal 1931 al 1941, passando da 588.000 a 1.370.000 unità (19). Ma soprattutto saranno le strategie di controllo penale ad essere definitivamente stravolte, a favore di un sistema in grado di meglio adattarsi alle rinnovate esigenze della produzione industriale, che proprio tra anni '20 e '30 avrebbe conosciuto una svolta epocale (20). Tali storiche aperture sul piano politico, infatti, si sposarono perfettamente con le rinnovate esigenze del sistema produttivo.
Il nuovo ciclo dell'economa capitalistica poneva esigenze di controllo sociale che non si limitavano più alla semplice necessità di gestire una popolazione in eccedenza. Vi era piuttosto l'aspirazione ad allargare il più possibile la sfera della partecipazione sociale, a raggiungere il massimo livello di integrazione sociale (21) e ciò si esprimeva nell'obbiettivo della «piena occupazione», che la fiducia nella capacità della grande impresa (eventualmente anche sostenuta dall'intervento statale) di assorbire manodopera faceva apparire non del tutto chimerico.
Alla forma politica del welfare state è storicamente corrisposto, infatti, un tipo di produzione industriale basato sui principi del fordismo, dal nome di E. Ford che, per primo nei suoi stabilimenti diede avvio ad una decisa razionalizzazione ed accelerazione del processo produttivo applicando i principi del taylorismo,introducendo la catena di montaggio ed avviando così, per la prima volta, un tipo di produzione su larga scala (22).
In questa fase del capitalismo le esigenze di integrazione di masse d'individui nel processo produttivo aumentano - e con esse le esigenze disciplinari - per diverse ragioni: in primo luogo poiché si tratta di imporre agli operai il regime taylorista-fordista di lavoro in fabbrica, con le sue rigide scansioni ed i suoi massacranti ritmi; in secondo luogo perché la concentrazione industriale alla periferia delle grandi città, come sottolineato, comporta un «accumulo» d'individui senza precedenti nelle metropoli che, ovviamente, necessita di essere governato (23).
La necessità di assorbire un elevato quantitativo di manodopera, dunque, ben si sposava con strategie politico sociali non più volte alle mera neutralizzazione e con quell'apertura politica nei confronti delle masse che caratterizzò il xx secolo. Ma ciò fu favorito anche dal fatto che la produzione di massa avviata dalle nuove tecnologie industriali necessitasse di un mercato, di uno sbocco, che non poteva essere assicurato se non attraverso una politica di "alti salari" (in cui A. Gramsci segnalava uno dei principali fattori nel far accettare ai lavoratori i nuovi ritmi della produzione (24)) e la socializzazione degli individui ad un determinato stile di vita, dotato del necessario corredo di valori consumistici. Occorreva insomma favorire in tutti modi quella che Pier Paolo Pasolini dalle pagine del Corriere avrebbe nel 1974 chiamato «rivoluzione antropologica», individuando correttamente gli effetti che sul costume degli italiani avevano avuto vent'anni di ininterrotto sviluppo industriale, di produzione e consumi massificati (25).
Il vertiginoso aumento della produttività dei sistemi industriali occidentali necessitava di uno stato in grado di sorreggere e stimolare la propensione ai consumi della più ampia parte possibile dei cittadini, propensione che in un certo senso non sarebbe stato possibile "massificare" - secondo le proporzioni che assumeva la produzione nel sistema fordista - se non all'interno di uno «stato del benessere», in cui fosse a tutti assicurata una cittadinanza sociale di base.
Si trattava insomma di una doppia questione che si poneva al potere bio-politico: creare da un lato la forza lavoro adatta al sistema di produzione taylorista-fordista e, dall'altro lato, il consumatore verso cui dirigere l'iperproduttività del sistema.
Non è un caso dunque se l'apogeo del modello correzionale di controllo penale si raggiunge all'interno del welfare state, che è la forma di stato tipica della fase fordista dell'economia capitalistica. In questo quadro, la propensione al massimo livello d'integrazione sociale del sistema penale si esprime nel definitivo trionfo dell'ideologia della "risocializzazione" e delle pratiche istituzionali trattamentali volte al tendenziale reinserimento degli individui in società.
In una fase ascendente del ciclo economico, in cui il benessere prodotto viene distribuito in una sfera sociale più ampia, tendono a prevalere meccanismi penali meno afflittivi, che si esprimono nel «polo» reintegrativo dei meccanismi disciplinari.
A prescindere dal segnalato aumento, con la creazione di nuovi meccanismi di politica sociale, delle agenzie statali deputate alla "presa carico" dell'esistenza degli individui, all'estremo dello spettro disciplinare, sul piano strettamente penitenziario, ciò si risolse nella diffusione di pratiche sanzionatorie outdoor, cioè in un diffuso ricorso allo strumento della decarcerizzazione, attuata mediante misure alternative al carcere (26).
In questa fase storica vi sono le basi strutturali per un complessivo decremento del ruolo del sistema penale nel governo della miseria, presa in carico, ormai, da altre agenzie pubbliche; ma sopratutto, oltre ad una complessiva diminuzione quantitativa dell'intervento penale - che si esprimerà nella grande deflazione carceraria conosciuta nel dopoguerra da molte democrazie occidentali - si pongono le basi per la definitiva diffusione di meccanismi disciplinari qualitativamente diversi, basati sulla decarcerizzazione e finalizzati alla reintegrazione sociale del reo, più che alla sua mera neutralizzazione.
Il modello correzionale di giustizia penale si fonda, in genere, su quello che è stato chiamato "scambio penitenziario" (27) (o «scambio positivo», in contrapposizione allo «scambio negativo» che avverrebbe nella fase giudiziale, allorché viene commisurata la sanzione da attribuire al singolo caso), sulla possibilità cioè, di modificare il giudicato penale in relazione ad altre circostanze rispetto al fatto di reato (in relazione al quale dovrebbe invece avvenire il c.d. «scambio negativo»), come la buona o cattiva condotta del reo, il suo supposto livello di pericolosità, il suo progredire o regredire sulla strada della "risocializzazione". Tali parametri, attraverso cui si effettua una "prognosi" sul futuro comportamento del soggetto, concretizzano un vero e proprio processo sull'autore e consentono di "flessibilizzare" e diversificare la risposta punitiva, rinunciando in tutto o in parte alla sanzione del carcere.
Le pratiche di controllo sociale outdoor, decarcerizzanti, si pongono come uno degli aspetti tipici della diffusione del welfare state: esso, assumendosi il compito specifico di farsi carico della problematicità sociale, attribuendosi compiti di «presa in carico», di «aiuto», estende le maglie del controllo sociale formale ben oltre i classici limiti dell'intervento penale nella vita dei cittadini, attuando una vera e propria dislocazione della penalità nel sociale.
È dunque sostenibile che il modello correzionale di giustizia penale scaturito dalla cultura positivista del XX secolo si sia potuto cristallizzare grazie - oltre che alle propizie condizioni strutturali che, secondo l'insegnamento di Rushe e Kirchheimer, hanno consentito la praticabilità di strategie punitive più soft senza che il sistema perdesse nel complesso la sua efficacia deterrente - alla praticabilità di un'alternatività al carcere ottenuta per mezzo dell'estensione, a seguito della diffusione delle agenzie del welfare, di una disciplinarietà nel sociale non più fondata sul ruolo esclusivo attribuito all'istituzione poliziesca nel governo delle "classi pericolose".
Le agenzie del welfare, però, non rendono meno capillare la rete di controlli formali tesa sull'intero corpo sociale, né elidono la capacità di agire al di fuori delle semplici «istituzioni totali» che i meccanismi disciplinari hanno acquisito con lo sviluppo di quella che è stata chiamata «società disciplinare» (28). Esse mutano la strategia di fondo e, nell'erodere progressivamente il ruolo assegnato alle agenzie poliziesche, puntano prevalentemente all'eliminazione - più che alla mera gestione - della problematicità e marginalità sociale, limitando il più possibile l'intervento neutralizzativo.
Il sistema penal-disciplinare soft che progressivamente il welfare andrà sviluppando non si pone come vera e propria alternativa alle pratiche penal-disciplinari hard, sulle quali esso andrà piuttosto a poggiarsi. Quanto detto, infatti, non deve indurre a pensare che il controllo penale nel XX secolo - ed in particolare nei regimi di welfare - rinunci allo strumento del carcere. Piuttosto è "storicamente verificato che mai i sistemi correzionali di giustizia hanno potuto significativamente rinunciare alla pena detentiva" (29), la quale continuerà ad essere riservata ai soggetti ritenuti irrudicibilmente inassimilabili all'ordine sociale.
Su di un piano, per così dire, soprastrutturale il sodalizio fra cultura - e pratica - del trattamento e welfare state avviene nel quadro di una visione organicistico-positivista della società, che, come in Marschall, porterà ad un allargamento del contenuto della "cittadinanza" ben oltre le classiche guarentigie civili e politiche (30).
In questa visione della società il legame che dovrebbe unire il singolo individuo alla collettività in cui viene ad esistere non è esprimibile attraverso la semplice metafora del "contratto", in base alla quale egli riconosce l'autorità statale solo ed esclusivamente nei limiti in cui questa garantisce le sue libertà fondamentali; tale legame si esprime piuttosto nel concetto di "solidarietà", che vincola il singolo all'intero organismo sociale attraverso il ruolo dello stato, che si pone quale mediatore fra l'interesse individuale e l'interesse collettivo. Lo stato, in tale visione, non si limita al puro riconoscimento dei diritti individuali, ma, si rende interprete del legame di solidarietà che unisce in un tutto l'intero corpo sociale, interviene come protagonista attivo nella realizzazione di una concreta e "sostanziale" uguaglianza fra i membri del consesso sociale (31).
Così, come avvenne sul piano delle politiche pubbliche implementate per il governo della marginalità sociale, il povero non sarebbe più stato, secondo una concezione individualistica dei rapporti sociali, chiamato a rispondere del suo status sociale e del suo disagio. Il meccanismo dell'assistenza avrebbe, infatti, abbandonato progressivamente la sua tendenza a responsabilizzare l'individuo per la sua condizione sociale ed a supportare, con la penalizzazione dello stato d'indigenza (secondo il principio della less eligibility), una struttura del mercato del lavoro vantaggiosa per le esigenze di valorizzazione del capitale; sviluppando invece istituti fondati sull'idea solidaristica della responsabilità sociale per la povertà e finalizzati alla presa in carico ed all'eliminazione della marginalità sociale e non più ad una sua mera gestione.
È su queste basi culturali, oltre che materiali, che si fonda in pieno XX secolo la possibilità di limitare per la prima volta, a distanza di quattro secoli dalla nascita delle case di lavoro e della normativa su "oziosi e vagabondi", il ruolo dei meccanismi poliziesco-disciplinari nel governo della miseria.
L'equiparazione dei cosiddetti "diritti sociali" ai diritti civili e politici - in una visione di progressivo allargamento della sfera dei diritti del singolo - appare tuttavia sotto diversi profili problematica. A prescindere dalle perplessità che potrebbe sollevare il considerare sullo stesso piano diritti la cui portata universalistica è difficilmente discutibile, viste anche le numerose convenzioni internazionali che ne sanciscono, perlomeno sulla carta, l'inviolabilità e diritti il cui grado di riconoscimento è rimesso alla discrezionalità dei singoli stati - senza contare il deciso attacco che come vedremo il welfare si trova ormai ad affrontare in tutto il mondo occidentale - le due categorie non si fondano sugli stessi presupposti: essendo i diritti sociali basati non sul dato ontologico dell'eguaglianza fra gli uomini, bensì sul dato pratico della loro disuguaglianza. Essi come detto non creano eguaglianze formali, ma ovviano a disuguaglianze sostanziali (32).
Peraltro, come giustamente sottolinea Emilio Santoro (33), chi pone sullo stesso piano diritti sociali e diritti civili non considera gli opposti presupposti antropologici che sottendono le due categorie. Sicurezza politica e sicurezza sociale sono, infatti, garantite: l'una dai diritti civili-politici che si fondano sull'idea di un individuo razionale in grado di autodeterminarsi e che necessita quindi della semplice protezione di questa sua sfera intangibile di autonomia; l'altra dai diritti sociali, cioè da un intervento dello stato (che nel primo caso si limitava - ed era anzi tenuto - ad un «non intervento»), delle sue agenzie amministrative che tematizzano e razionalizzano i principali problemi della popolazione.
I diritti sociali si rivolgono ad un individuo irrazionale ed incapace d'autodeterminarsi, essi aprono esplicitamente la via ad un intervento dello stato nella sfera individuale che rappresenta il campo tipico della biopolitica foucaultiana. Sino ad allora, infatti, l'azione del potere biopolitico nel campo della politica sociale era stata affidata ad interventi di tipo penal-poliziesco, la cui selettività a scapito delle "classi pericolose" - basata come sappiamo sulla loro capacità di prendere in carico l'individuo criminale per ciò che esso è - venne sempre mascherata sotto l'egida dell'uguaglianza di fronte alla legge penale. Con il diffondersi dell'ideologia trattamentale, invece, la selettività del sistema di controllo sociale è esplicitamente assunta quale fondamento dello stesso e, in casi estremi, essa ha portato al concretizzarsi d'espliciti progetti di "bonifica umana".
Frutto dell'identico contesto culturale, l'organicismo-positivista, l'ideologia trattamentale sarà il caposaldo fondamentale delle politiche penitenziarie del welfare state, mettendo esplicitamente in discussione l'idea dell'uguaglianza degli uomini sino al punto di far campeggiare fra i diritti che la costituzione garantisce all'individuo il diritto ad essere rieducato, risocializzato (34).
Se da un lato, infatti, l'aspirazione egualitaria che si cela dietro il concetto di "solidarietà sociale" e l'attribuzione alle agenzie statali della specifica funzione di sopperire agli squilibri sociali non contraddice quanto del pensiero liberale è volto a realizzare il valore assoluto della persona umana, ma, anzi, è idonea ad allargare le basi di partecipazione alla vita politica e sociale - che è il presupposto stesso della creazione di un minimo di solidarietà sociale e di democrazia effettiva (35).
Sul piano del controllo sociale le teorie della devianza espresse da quella tradizione culturale - oltre ad aver sorretto e giustificato il diffondersi del modello correzionale di giustizia penale o, peggio, programmi di bonifica umana e di miglioramento biologico del corpo della nazione - hanno, come visto, contribuito decisamente ad interpretare fenomeni di conflittualità sociale in cui si esprimeva il disagio e tutta la problematicità sociale causate dal sistema capitalistico, quali episodi patologici dovuti ad un deficit costitutivo o di socializzazione dei loro autori. Esse, anche al di fuori delle esperienze totalitarie e nella loro versione con meno ipoteche darwiniste, non hanno mai sconfessato, anzi a tratti hanno rinforzato, la tipizzazione quali individui o classi pericolose dei soggetti o degli strati sociali più coinvolti in tali episodi di conflittualità. Sul piano teorico - per quel che riguarda, cioè, il pensiero di T. Parsons e lo struttural-funzionalismo, che rappresenta la teoria sociale che a tale ciclo politico-economico diede un coerente sfondo simbolico -quanto ciò fosse dovuto ad una visione eccessivamente solidaristica e consensuale della realtà sociale si è detto (36). Adesso preme piuttosto sottolineare come tale ottimismo derivasse anche dall'eccessiva fiducia nella capacità delle agenzie del welfare di compensare gli squilibri sociali e di lenire la conflittualità e la problematicità sociale: il manifestarsi di un episodio di devianza non può, in tale contesto, non essere espressione di un difetto individuale, di una carenza di socializzazione.
Un continuum d'agenzie statali (ma molte aspettative restano comunque riposte nel ruolo socializzante della famiglia o di altre agenzie di controllo informali) si assume il compito prevenire l'insorgere della devianza attraverso la costante tematizzazione ed il continuo trattamento della «problematicità sociale». All'estremo della scala di istituzioni che prendono in carico sin dai primi anni di vita l'esistenza degli individui vi è il carcere, il cui intervento è riservato ai casi in cui la problematicità sociale si è già risolta (o si ritiene vi sia il "serio pericolo" che si risolva) in devianza criminale.
Come sappiamo però, questo complesso, che è composto dall'insieme delle istituzioni disciplinari, più che conseguire i suoi scopi manifesti (compensare ai supposti deficit di socializzazione) ha l'effettiva funzione di mantenere intatta la struttura sociale esistente, attraverso un ampio ricorso a "trattamenti stigmatizzanti" il cui unico effetto è quello di mantenere tale o ulteriormente abbassare lo status sociale dei suoi clienti (37). Quanti degli appartenenti ai settori di popolazione più problematici, che tipicamente sono gli strati sociali più ai margini - e sempre più esposti, in una società del benessere, a subire una continua frustrazione delle aspettative che una struttura di valori consumistici ingenera - non accetteranno il proprio status sociale (cui si viene, in un primo tempo, educati), verranno presi in carico dalle "istituzioni della risocializzazione" e costretti ad accettarlo. Del resto, l'idea di fondo che sottese le politiche sociali riformate non fu certo quella di realizzare pienamente, se non a parole, l'idea marshalliana di cittadinanza, bensì quella di lenire almeno parzialmente gli squilibri sociali in modo da evitare quella profonda crisi di legittimità che in alcune regioni d'Europa travolse lo stesso sistema democratico. L'antinomia radicale che esiste fra libertà economiche e diritti sociali non ebbe modo di risolversi in completo favore dei secondi, con la compiuta esplicazione di una politica sociale che assicurasse a tutti lo standard di vita diffuso socialmente. Salvo brevi frangenti in cui la scena politica fu egemonizzata da forze radicalmente riformiste (come nell'Inghilterra a cavallo tra '40 e '50 o nell'America della "Great Society" e della "war on poverty" negli anni '60), la spinta verso il ripristino del principio della less eligibility frenò sempre il pieno sviluppo dei diritti sociali: l'esigenza di impedire che lo scarso stimolo al lavoro alterasse la dinamica della domanda e dell'offerta sul mercato rese sostanzialmente ambigui quasi tutti i progetti di riforma sociale, conservando sempre al sistema penal-poliziesco un - seppur ridotto - ruolo nel governo della base della piramide sociale (38).
A conclusione di questo sintetico discorso sui meccanismi di controllo sociale messi in campo dal welfare state, preme sottolineare come la tendenza alla decarcerizzazione, al controllo outdoor, abbia progressivamente relegato il carcere ad una funzione che in tempi recenti vedremo portata alle sue estreme conseguenze, circostanza che ha indotto qualcuno a parlare di radicale mutamento di paradigma nelle strategie di controllo sociale (39).
Abbiamo, infatti, potuto notare come il carcere già durante l'apogeo del modello correzionale tendesse a delegare alle pratiche penal-disciplinari soft, alle cosiddette "strategie di controllo nel sociale", la sua originaria funzione speciale-preventiva; limitandosi alla - fondamentale per la stessa praticabilità delle strategie decarcerizzanti - funzione di "spauracchio", ovvero intervenendo, con funzioni meramente "incapacitative", nei soli casi in cui si avesse a che fare con soggetti non altrimenti disciplinabili. Il trionfo del sistema correzionale si ha durante il welfare, ma esso si esprime nella più ampia diffusione di pratiche di controllo extracarcerarie: "l'imporsi del sistema correzionale di giustizia si realizza più nelle nuove strategie di controllo in libertà che attraverso la pratica della privazione della libertà" (40). Anche in pieno welfare, insomma,il carcere continua ad avere un compito prevalentemente neutralizzativo.
A far corso dalla seconda metà degli anni '70 del XX secolo l'ideologia trattamentale, con il suo seguito di agenzie ed attori della risocializzazione entra in crisi. È soprattutto la considerazione del suo ennesimo fallimento, espressa inequivocabilmente dalla cifra di recidive che i sistemi penali continuavano, nonostante tutti gli sforzi, a produrre incessantemente a darle il colpo di grazia. Ma molto contribuirono anche nuove prospettive criminologiche che, da punti di vista diametralmente opposti, reagirono di fronte alla pretesa di articolare un «trattamento» sull'individuo.
Del contributo dei teorici "costruttivisti" si è detto nella prima parte, la loro radicale critica anti-istituzionale, tuttavia, finì per convergere con la critica di quanti sostenevano di voler abbandonare ogni pretesa terapeutica, non perché ritenuta un'ingerenza arbitraria nella sfera individuale, ma in quanto pratica punitiva foriera di permissivismi fuori luogo. Tuttavia peccheremmo di eccessivo "idealismo" se volessimo ricondurre tutti i mutamenti nelle strategie di controllo sociale a tali fattori "ideologici", soprastrutturali; così come non fu il semplice formalizzarsi delle scienze umane e criminologiche a gettare le basi per la nascita di un sistema penale basato su strategie correzionali e decarcerizzanti.
È opportuno allora riconsiderare tali mutamenti nel quadro strutturale che, a partire dagli anni '70, si è andato delineando in tutto l'occidente (a cominciare dalle aree di cultura anglosassone), per poi valutare quanto la cultura criminologica (teoretica e non) di stampo "neoautoritario" abbia saputo offrire un universo simbolico in grado di legittimare il funzionamento del sistema penale post-welfare.
Un dato balza subito agli occhi a chi si appresti a valutare le strategie di controllo sociale implementate nelle democrazie occidentali a far corso dall'ultimo quarto del secolo XX: un consistente processo di carcerizzazione, che, dopo decenni di decremento della popolazione carceraria, ha ripopolato le prigioni di tutto l'occidente (41). Solo per restare al caso degli Stati Uniti - paese nel quale il processo «ricarcerizzazione» ha raggiunto proporzioni tali da far parlare, a ragione, di "nuovo grande internamento" - è sufficiente pensare che nel ventennio 1975-1995 il totale dei detenuti nelle varie case di reclusione statunitensi (di contea, statali e federali) passava dalle 380.000 unità del 1975, alle (circa) 1.500.000 unità del 1995, per poi sfondare il tetto dei due milioni nel 1998 (42).
Sin dall'inizio del forte trend di carcerizzazione, nella metà degli anni '70, fece la sua comparsa una vasta letteratura criminologica d'impronta marxista, che prese a correlare, secondo l'ormai classico paradigma elaborato da Rusche e Kirchheimer, i mutamenti nella struttura economica ed il funzionamento del sistema di controllo penale, cercando di valutare le variazioni nei tassi di carcerizzazione in relazione alle ristrutturazioni produttive che in quel periodo il capitalismo avviava ed ai tassi di disoccupazione che iniziava a produrre. In particolare si rilevò come la profonda crisi, che avrebbe in qualche anno stravolto le basi della struttura sociale, stesse già iniziando ad avere profondi effetti sulla dinamica dei processi di controllo sociale.
Era, infatti, l'inizio di un processo che avrebbe portato al superamento del modello produttivo taylorista-fordista - e della forma di stato che ne aveva accompagnato e sostenuto lo sviluppo - e già se ne intravedevano le conseguenze sociali: il progressivo formarsi alla base della piramide sociale di una categoria di individui ai margini o completamente esclusi dal mercato del lavoro e progressivamente abbandonati a loro stessi dal ritirarsi del welfare.
L'attenzione degli osservatori si concentrò, dunque, sul ruolo del sistema penale nel governo delle nuove forme di povertà, nella gestione del riedito esercito industriale di riserva (43) e tutti concordarono nel rilevare come gli incrementi nei tassi di carcerizzazione fossero tutto sommato slegati da paralleli aumenti nella criminalità effettiva. Il processo di ricarcerizzazione segnalava piuttosto un'inversione di tendenza nelle strategie di controllo sociale: il sistema poliziesco-disciplinare stava progressivamente recuperando quelle funzioni di politica sociale e governo della marginalità sociale che il welfare gli aveva sottratto.
Il progressivo deprezzamento del valore del lavoro e il più generale abbassamento delle condizioni di vita cui un dato sistema costringe la sua base sociale sono, secondo il classico insegnamento di Rusche e Kirchheimer, il fondamento di un incremento dell'afflittività e del complessivo quantitativo di penalità praticata in un dato sistema sociale; ma lo stesso riemergere di una popolazione soprannumeraria, che le ristrutturazioni industriali e la crisi economica hanno determinato a partire dalla metà dei '70, espone l'ordine sociale ad una forte crisi di legittimità, tanto più quando - come nel caso delle democrazie occidentali del secondo dopoguerra - esso si è venuto a costruire sull'idea dell'uguaglianza dei membri del patto sociale e sull'idea che a tutti dovesse essere assicurata una piena cittadinanza.
La patente incapacità di un dato sistema sociale di produrre e distribuire ricchezza per tutti i suoi membri è causa dello scatenarsi di profonde conflittualità sociali, in cui si collocano anche certe forme di disordine sociale e di criminalità legate all'esistenza di un crescente strato di popolazione confinato ai margini della struttura sociale, le quali possono, all'occasione, strutturarsi in forme di rivendicazione più consapevoli. Perché il sistema sociale possa resistere a tale profonda crisi di legittimità causata dall'inasprirsi della stratificazione sociale, deve necessariamente ricorrere ad un incremento della severità ed ad un'estensione dell'intervento penale che vada ben aldilà dell'eventuale maggiore gravità o dell'aumento complessivo degli episodi delittuosi, recuperando quella che abbiamo individuato come funzione disciplinare del sistema penal-poliziesco (44).
Della correttezza di tale prospettiva teorica rispetto ai paesi anglosassoni (Stati Uniti ed Inghilterra in particolare) ci danno conto, peraltro, da un lato il fatto che l'elevato trend di crescita della popolazione detenuta non trovi alcuna corrispondenza in un parallelo aumento dei tassi di delittuosità; dall'altro il fatto che il sistema carcerario sia venuto negli ultimi decenni accentuando la sua classica funzione di contenitore della marginalità economica e sociale: "le carceri americane, infatti, contrariamente a quanto sostiene la vulgata politico-mediatica dominante, sono piene zeppe non di criminali pericolosi e incalliti ma di piccoli delinquenti condannati per questioni di droga, taccheggio, furti o addirittura disturbo della quiete pubblica, provenienti in larga maggioranza dalle frazioni precarizzate della classe operaia, in particolare da famiglie del sottoproletariato di colore residenti nelle città maggiormente colpite dalla trasformazione congiunta del regime salariale e della protezione sociale (45)".
Il modello esplicativo proposto da questi autori, tuttavia, come ogni approccio rigidamente "materialista", possiede tanto dei pregi quanto dei difetti. Da un lato, infatti, scende alla radice della conflittualità sociale (di cui anche la delinquenza è espressione), che è data dai rapporti di produzione e dai rapporti sociali inerenti, focalizzando immediatamente i nodi cruciali da sciogliere ed in questo caso il nocciolo della questione è correttamente individuato nell'avvio del processo che porterà al superamento del modo di produzione fordista e del welfare state, aprendo la via alla deriva neo-liberista. Dall'altro lato, però, la concezione del potere che ne deriva non è idonea a spiegare i meccanismi attraverso cui la variabile economica inciderebbe sulle dinamiche dei processi di carcerizzazione.
In particolare, infatti, si tende ad instaurare una relazione meccanica tra disoccupazione e carcerizzazione simile, quanto a livello di semplificazione, alla relazione che la criminologia ortodossa tende ad instaurare tra disoccupazione, aumento della criminalità e livelli d'imprigionamento: "there is (...) a tendency to explain the relationship between unemployment and imprisonment by implicit subscribing to a conspiracy account in which the powerfull deliberately attempt to fragment, demoralize and discipline the unemployed by increasing the rates of criminalization and imprisonment" (46).
Tornano, per certi versi, in tali "teorie cospirazioniste" alcuni degli aspetti più deprecabili di un certo materialismo volgare che pretenderebbe di poter studiare ed analizzare l'esercizio del potere intendendolo quale esercizio di una mera forza a sanzione di esigenze ed interessi economici. E se pure l'esercizio della penalità negli ultimi venticinque anni è stato agito secondo un meccanismo che pare del tutto simile a quello preordinato al funzionamento delle poorhouses e degli ospedali generali tra XVII e XVIII secolo, resterebbe deluso chi, alla ricerca degli strumenti giuridici di cui il capitale si serve per sanzionare le sue esigenze, pretendesse di rintracciare norme simili ai provvedimenti esplicitamente repressivi contro l'ozio ed il vagabondaggio che Marx, Foucault e Geremek, ci hanno descritto (47).
Né, tanto meno, è possibile asserire che le corti penali abbiano coscienza immediata dell'inflazione nell'offerta di manodopera che le ristrutturazioni industriali determinano, arrivando ad assumere coscientemente la funzione di "amministrare" tale surplus di popolazione, o che esse seguano supinamente gli indirizzi di politica criminale imposti dall'esecutivo. L'enorme aumento della pressione penale sulle classi marginali, infatti, necessita di essere legittimato agli occhi dell'opinione pubblica, necessita delle costruzioni simboliche idonee ad evitare che la selettività del sistema possa mandare in frantumi l'ideologia dell'uguaglianza di fronte alla legge penale e dunque le basi stesse del patto sociale, esponendo l'autorità ad una crisi di legittimità ben più grave di quella di per sé scatenata da una crisi economica.
I processi di controllo sociale e di carcerizzazione vanno, invece, valutati in relazione all'evoluzione della sensibilità pubblica in rapporto al problema della povertà e della disoccupazione. Complessivamente essi non sono altro che "the unintended conseguences of a number of individual decisions" (48), alle quali ogni singolo attore del controllo sociale giunge sulla base degli elementi simbolici per comprendere la realtà che il contesto sociale in cui vive ed opera gli fornisce.
Non si tratterà, dunque, di chiamare in causa semplicemente lo Stato con le sue leggi più o meno repressive, ma anche il quadro simbolico, l'insieme di "vocabularies of motive which are avaliable to the agencies of penal control as they account for their action (49)", la struttura simbolica che orienta e giustifica le politiche criminali, tanto a livello primario che secondario.
È fondamentale, infatti, comprendere in che termini è articolato il dibattito pubblico attorno alla povertà ed alla disoccupazione, capire quale area politico-culturale riesce ad egemonizzare il pubblico sentire: se una cultura di stampo conservatore, che utilizzando un vocabolario punitivo (che tanto più facilmente si diffonde, quanto maggiori sono la gravità della crisi economica e l'intensità della conflittualità sociale scatenatasi) riesce a radicare un approccio penalistico e repressivo nel governo della marginalità sociale; o una cultura liberal, più propensa a spostare il dibattito pubblico sul piano del vocabolario della politica e delle rivendicazioni sociali ed a responsabilizzare l'intera collettività per il crearsi di crescenti sacche di povertà.
Tanto più una visione stigmatizzante della marginalità sociale si diffonde e si radica all'interno di un determinato contesto sociale, tanto più essa verrà a costituire una risorsa simbolica data per scontata dagli attori del controllo sociale ed un fattore primario nell'orientamento delle politiche criminali. Tanto più si radica l'idea che associa strettamente povertà, disordine sociale e criminalità, tanto più facilmente la politica sociale scivola verso forme di governo poliziesco dell'universo della marginalità sociale; e ciò vale tanto quando si pensa alle politiche coordinate dall'alto, dagli organi centrali di governo, che quando si pensa all'azione individuale degli attori locali del controllo: "is clear that many people believe that unemployment causes crime and this belief has real consequences, particulary when it affects decisions taken by state officials processing suspected and convicted persons" (50).
Sono fattori ideologici, come i saperi e gli stereotipi sul crimine, a legittimare e razionalizzare la marcata selettività del sistema penale ed in questo sarà certamente da valutare il ruolo che una certa criminologia d'impronta «neo-autoritaria» o «revanscista (51)» (e più in generale di tutta la cultura conservatrice che accompagna l'involuzione neoliberista delle democrazie occidentali) ha avuto nel legittimare, anche scientificamente, una certa visione del proletariato e del sottoproletariato urbano statunitense - bollato come massa demoralizzata, criminale e pericolosa - e nel giustificare il ricorso sempre più smodato alla sanzione carceraria quale surrogato delle politiche sociali.
Anche l'analisi dei processi di controllo sociale contemporanei, per riuscire a comprenderne i meccanismi di funzionamento ed il ruolo nel mantenimento dell'accentuata stratificazione sociale, dovrà pertanto passare attraverso l'analisi degli aspetti, tanto strutturali, quanto sovrastrutturali, su cui il controllo si appoggia.
E sarà utile a riguardo concentrarsi inizialmente sul caso di Stati
Uniti ed Inghilterra, poiché rappresentano le nazioni guida nella deriva
neoliberista e neoautoritaria, e, data l'egemonia militare, economica,
politica e culturale che esercitano su tutto l'occidente, sono stati
in grado di influenzare - e pare che essa non sia destinata a scomparire facilmente
- quasi tutti i paesi industrializzati; per poi poter prendere in considerazione
il caso dell'Italia e valutarlo in relazione alla sua specificità.
Cerchiamo adesso di guardare più da vicino quelli che da più parti si definiscono ormai come mutamenti epocali: il superamento da un lato del sistema di produzione fordista e dall'altro del welfare state, il tramonto insomma di un intero ciclo politico-economico.
Le ristrutturazioni industriali che, come accennato, negli Stati Uniti si avviavano già negli anni '70 sarebbero proseguite nei decenni successivi coinvolgendo anche i sistemi produttivi di altri paesi occidentali, arrivando al punto di far decretare la definitiva crisi del modello taylorista-fordista di produzione.
L'informatizzazione del processo produttivo, la delocalizzazione, il decentramento, tutto ciò che viene indicato con il concetto di esternalizzazione della manodopera (52) ha ormai trasformato i grandi poli industriali, con i relativi quartieri operai, in un deserto, modificando significativamente gli scenari urbani contemporanei.
A tale progressiva e costante "riduzione dell'impiego di lavoro vivo" (53) nel processo produttivo, fa riscontro da un lato l'espulsione di sempre maggiori strati di manodopera verso forme di lavoro autonomo e atipico nel settore dei servizi e la progressiva scomparsa del lavoro subordinato "ipergarantito" di vecchia generazione, sul quale incombono flessibilizzazione interna ed esterna; dall'altro il diffondersi di figure professionali nettamente più specializzate, rispetto alle quali la classica soggezione alla disciplina del capitale nel processo produttivo scompare a vantaggio di una maggiore autonomia decisionale ed organizzativa...I cosiddetti «operai in camice bianco». Quest'universo fatto di disoccupazione, sottoccupazione e precariato, che le recenti dinamiche produttive hanno determinato, forma ciò che Alessandro De Giorgi ha felicemente definito "eccedenza negativa post-fordista" (54). Uno strato di popolazione rispetto al quale le garanzie di cittadinanza offerte dal vecchio regime di lavoro e dal welfare vengono a scomparire. Scompare l'impiego, nel senso che le garanzie di reddito e sicurezza sociale sono adesso negate a diversi settori di manodopera che, pur impegnati in attività produttive di vario tipo (anche se precarie o atipiche) si vedono erodere il diritto alla cittadinanza sociale; "ciò che sperimentiamo (...) è una radicale separazione del lavoro, così concepito, da un sistema di governo dei diritti e della cittadinanza ancora profondamente legato al concetto fordista di impiego" (55). Da un lato l'eccedenza negativa postfordista si presenta con i connotati tipici di una surplus population classicamente intesa, dall'altro lato però essa possiede dei caratteri nuovi. La popolazione di cui è composta non comprende semplicemente i disoccupati tout court, ma anche tutta l'area - in continua espansione - della sottoccupazione e del precariato che, al pari delle persone prive di un lavoro, non hanno, a dispetto della loro produttività, accesso ad una cittadinanza sociale piena. Ormai, infatti, "il riconoscimento del diritto alla cittadinanza, all'inclusione sociale e al reddito è subordinato a un lavoro, inteso come impiego, che non ha più un referente materiale" (56).
Questa sempre più ampia sfera di produttività sociale assiste alla progressiva erosione del reddito e delle garanzie che le agenzie pubbliche del welfare assicuravano al "lavoro", a riguardo il ruolo di paesi guida spetta indubbiamente a Stati Uniti ed Inghilterra, che, già a far corso dagli anni '80, avevano ormai definitivamente avviato una decisa politica di riduzione dell'intervento statale nel campo economico e sociale e di flessibilizzazione e liberalizzazione del mercato del lavoro.
In particolare lo stato si ritira dal campo economico lasciando terreno libero al capitale, soprattutto sul piano dell'utilizzo della manodopera, garantendogli spazi per farne un utilizzo "flessibile" in vista del conseguimento della maggior valorizzazione possibile. Ma soprattutto taglia drasticamente le spese che il welfare costringeva a sostenere per garantire un minimo si sicurezza sociale e di servizi pubblici, una cittadinanza sociale adeguata.
Parlando di welfare utilizziamo il termine in parte impropriamente, anche se gli riserviamo un'estensione del suo campo semantico ormai invalsa. Tuttavia, come indicato, le politiche sociali del xx secolo si sono fondate sulla distinzione fra: social insurance, cui accede ogni persona che abbia un impiego stabile che, attraverso il pagamento dei contributi previsti, si assicura una pensione o contro rischi quali disoccupazione e malattie; e welfare, che riguarda le persone in stato di bisogno (dependents), la marginalità sociale, le cui esigenze di vita dovrebbero essere assicurate dalle elargizioni e dai servizi pubblici (57).
Come giustamente sottolinea Loïc Wacquant (58) "adottando una politica d'erosione sistematica delle istituzioni pubbliche, lo stato abbandona alle forze del mercato e alla logica del ciascuno-per-sé interi settori della società, e in particolare coloro che, privi di ogni risorsa economica, culturale o politica, dipendono totalmente da esso per l'accesso all'esercizio effettivo della cittadinanza". Gli effetti della deriva politico-economica neo-liberista, sono infatti particolarmente evidenti sulle classi sociali più svantaggiate ed in particolare il peso della svolta politico-economica si riversa sopratutto sugli abitanti dei ghetti urbani: vere e proprie zone di confino sociale in cui è relegata la base della piramide sociale, che, negli Stati Uniti ed in Inghilterra, è anche fortemente marchiata sul piano etnico e razziale.
In queste realtà sociali il nuovo ciclo politico-economico non ha fatto altro che determinare un drastico peggioramento delle condizioni di vita: al vertiginoso aumento della disoccupazione, dovuto ai segnalati fenomeni di espulsione della manodopera dal processo produttivo, si è accompagnato un parallelo peggioramento delle condizioni salariali ed un aumento della sottoccupazione e del lavoro a "garanzie zero" - impieghi esclusi dall'accesso al sistema della social insurance, in cui si possono far rientrare la stragrande maggioranza dei posti di lavoro creati negli ultimi due decenni negli Stati Uniti (59).
L'avvio di tali processi di pauperizzazione tuttavia non ha riguardato semplicemente il proletariato statunitense che - come segnalato - si è visto erodere contemporaneamente salario e garanzie sociali annesse. È stato soprattutto il sottoproletariato statunitense a veder precipitare verso il basso le proprie condizioni di vita.
Il sistema di assistenza per le persone in stato di bisogno, cui così faticosamente giunsero le democrazie occidentali è stato infatti oggetto di un durissimo attacco, che nel giro di un paio di decenni ne ha ulteriormente ridotto budget e capacità d'intervento, "alla guerra contro la povertà si è sostituita una guerra contro i poveri, che sono diventati il capro espiatorio di tutti i mali maggiori del paese" (60).
Così - a parte le tecniche "budgetarie" di contrazione del welfare, consistenti nella costante e progressiva riduzione dei fondi destinati all'assistenza (come nel caso del programma AFDC, l'assegno alle madri sole con figli a carico, su cui si fondava l'intero sistema d'assistenza statunitense, o del sussidio ai disoccupati in Inghilterra) - un'efficace strategia ampiamente utilizzata dalle amministrazioni sia in Inghilterra che negli States è il cosiddetto "churning", o "sbattimento", che consiste nell'aumentare esponenzialmente i requisiti per accedere ai sussidi o nel peggiorare sensibilmente la trafila burocratica da seguire, in modo da escludere il maggior numero di persone possibile fra gli stessi aventi diritto. Ma, meglio di questi stratagemmi burocratici, vale il sistema scelto da alcuni Stati federali: quello di tagliare più o meno all'improvviso i contributi assistenziali (61)! A questo quadro si dovrebbe aggiungere poi il livello municipale, le cui politiche di disimpegno sociale sono state ancora più marcate, tanto che per i ghetti delle principali metropoli americane è possibile parlare di "desertificazione organizzata (62)", stante la scomparsa assoluta di ogni intervento volto a migliorare i servizi pubblici (sanitari ed educativi), le infrastrutture, gli alloggi, ecc.
Su entrambe le sponde dell'Oceano Atlantico, insomma, si è avviato un processo di riforma restrittiva del sistema assistenziale che ha progressivamente reintrodotto l'antico principio secondo cui solo i "poveri meritevoli" avrebbero potuto accede ai benefici e tale meritevolezza è stata n